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Dinamicità e versatilità come fattori imprescindibili del successo. Intervista a Fabio Di Mario

A cura di Mario Amodeo, Giulia Diotto, Fiorangelo FerraraElisa RuoccoDorotea Trovato – Master in Risorse Umane e Organizzazione 2016-2017

Non sempre la strada che si percorre è quella che avevamo immaginato, e questo è quello che è successo a Fabio di Mario, Director HR and Communication di Spie Oil Gas&Services, azienda specializzata nell’ingegneria del settore del petrolio. Laureato in economia ed affacciatosi nel mondo del lavoro in un momento molto delicato, ha trovato uno stage in Francia grazie anche alla conoscenza approfondita della lingua e ha poi lavorato come HR Director in Valeo, società del settore automotive, grazie alla quale si è trasferito a Parigi, dove vive da dieci anni.

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Spostarsi all’estero spesso è frutto di una scelta consapevole che viene fatta fin dall’inizio del percorso di studi, mentre altre volte è effetto di pura casualità. Nel suo caso, lei ha sempre desiderato una carriera del genere o si è dovuto adattare alle contingenze?

La mia scelta di andare via dall’Italia è stata un po’ frutto del caso. Fortunatamente sono cresciuto in un contesto familiare favorevole, ogni estate venivo infatti mandato a fare vacanze-studio all’estero, così da poter fare esperienze diverse e imparare una lingua. In questo modo, pur non avendo una vera e propria vocazione per una vita fuori dall’Italia, mi ero abituato all’idea. Dopo la laurea, ho seguito numerosi corsi di formazione, alcuni dei quali in risorse umane, che mi hanno permesso di acquisire una serie di competenze e conoscenze che mi sono tornate utili in futuro, ed è stata la conoscenza della lingua francese che mi ha permesso di trasferirmi in Francia ed iniziarvi una carriera.

Un fattore molto importante da considerare è il contesto internazionale: oltre a offrire numerose occasioni, esso pone alcune incognite. Nel suo caso, come ha coniugato carriera, vita privata e mobilità?
Innanzitutto, quando ho iniziato a lavorare per Valeo mi sono reso conto che il carattere internazionale della società mi avrebbe condotto ad abbandonare l’Italia; ne ho parlato quindi con mia moglie e insieme abbiamo deciso di trasferirci in Francia. Gli inizi sono stati difficili per la mia famiglia, mia moglie è laureata in chimica e aveva creato un suo business nel settore, ma ha voluto lasciare il suo lavoro e si è ambientata, insieme ai miei figli, in un paese del quale, tra l’altro, non conoscevano la lingua. In questa decisione, è stata determinante la volontà di affrontare una nuova avventura consapevoli che, considerata l’età dei nostri figli, era il momento giusto per partire.

Non tutti sono orientati o disposti a condurre la propria vita senza un preciso punto di riferimento, perché è sempre difficile non avere un luogo da chiamare casa e dove mettere le proprie radici. Ovviamente questo problema è avvertito in maniera differente da soggetto a soggetto. Lei si è mai posto problemi del genere o ciò non ha inciso minimamente sulle sue scelte di vita?
I problemi derivanti dall’assenza di un punto di riferimento stabile dipendono molto dalla tua situazione personale. Credo che, più che un luogo geografico, la casa sia il posto dove risiedono i nostri legami affettivi, quindi quando la famiglia ti segue o ti supporta in queste decisioni diventa tutto più facile. In linea di massima posso dirmi soddisfatto, non sento nostalgia di casa, anche se devo ammettere che mi manca l’Italia per quanto riguarda i rapporti umani, poiché i francesi sono tendenzialmente più freddi.
Devo dire che l’unica volta che ho pensato di tornare in Italia è stato per problemi familiari, ma in generale posso affermare che vivo in Francia da talmente tanto tempo da considerarla casa mia.

Quali differenze o analogie, ove vi fossero, ha avvertito durante il suo percorso lavorativo in Italia e all’estero?
Ho avuto la fortuna di viaggiare un bel po’, e quindi ho diversi punti di vista da analizzare. Per quanto riguarda l’ambito sindacale, avverto una maggiore tensione nel rapporto con i sindacati italiani, anche se i conflitti vengono risolti in tempistiche piuttosto brevi. In Francia, nonostante lo scontro sia meno intenso, esso è più prolungato, e questo rende tutto faticoso e sfibrante. Per il resto, le dinamiche non sono molto diverse: in Francia si può trovare una maggiore formalità nel gruppo di lavoro, mentre in Italia avviene tutto in maniera più informale; un’altra difformità potrebbe essere la dimensione dell’azienda: in Italia ci sono molte piccole e medie imprese, e questo fa sì che si avverta meno la dimensione internazionale, mentre in Francia il tessuto delle grandi imprese è molto più vasto.

Due aspetti che preoccupano i giovani professionisti che vogliono spostarsi all’estero sono la difficoltà di integrarsi in una cultura differente e i problemi linguistici. Spesso il giovane non si sente pronto a prendere una decisione del genere. Cosa consiglia per prepararsi ad una scelta di questo tipo?
La ricchezza di noi italiani sta proprio nella propensione all’adattamento, ed è in questo risiede la differenza con i nostri cugini transalpini e con le altre culture in senso lato. Potremmo dire di avere una naturale inclinazione alla comunicazione, malgrado spesso i mezzi a disposizione, mi riferisco alla lingua in particolare, non siano adeguati ad una dimensione professionale in un contesto internazionale. Il mio consiglio perciò è quello di buttarsi e non preoccuparsi eccessivamente delle conseguenze. Sono consapevole del tradizionalismo della cultura italiana e del peso che assume l’istituzione della famiglia nella nostra società, elementi che rendono estremamente difficoltoso lo spostamento. Il trasferimento all’estero solitamente viene concepito come una necessità dovuta alla mancanza di lavoro piuttosto che una libera scelta o un’opportunità per fare esperienza e fortuna. Ai giovani consiglierei inoltre di misurarsi con un contesto internazionale tramite esperienze quali l’Erasmus o piccoli stage di volontariato. In questo modo potranno testare la loro capacità di adattamento e resistenza in un ambiente diverso da quello dove sono cresciuti e quindi valutare se prendere una decisione del genere in futuro.

A livello contrattualistico e retributivo ha notato delle nette differenze tra l’Italia e la Francia? Ha dei benefits e tutela maggiore nell’attuale posizione lavorativa?
Dipende molto dalle culture d’azienda, non è facile generalizzare. Anche gli orari di lavoro sono piuttosto flessibili: si apprezza molto chi rimane fino a tardi ma ci sono anche molte aziende dove si può lavorare da casa o andare via prima. Diverso è sicuramente il livello di remunerazione che qui in Francia è mediamente più alto rispetto all’Italia. Questo elemento ha certamente degli effetti sugli italiani che decidono di trasferirsi. Molto spesso leggo delle critiche riguardo a coloro che partono per l’estero e poi non ritornano, ma è obiettivamente difficile abbandonare un posto di lavoro che offre maggiori garanzie: oltre alla retribuzione più alta, le ferie sono molto più lunghe – 35 giorni annuali più un giorno al mese – e ci sono assicurazioni supplementari. Infine vi è anche un elemento di carattere sociale: il mondo del lavoro è più flessibile e le persone sono molto più abituate a perdere e ritrovare un’occupazione.

Cosa consiglierebbe ad un giovane che ha appena finito il master e ha voglia di inserirsi nel mondo del lavoro francese?
Vi sono numerosi siti internet che forniscono un aiuto concreto, credo infatti sia importante informarsi utilizzando tutti i canali a disposizione. In Francia, poi, le possibilità di inserimento fornite dalle Grandes écoles, gli istituti francesi di alta formazione e di preparazione alle funzioni pubbliche, sono ottime, ma allo stesso tempo possono rappresentare un problema. Per i francesi perché questo sistema sfavorisce quelli provenienti da realtà meno strutturate, per gli stranieri perché è difficile inserirsi in un contesto così concepito. Da questo punto di vista, consiglio di verificare se l’università frequentata in Italia sia in qualche modo gemellata con un’università francese in modo da poterne approfittare.

Si dice spesso che all’estero ci sia una maggiore parità di genere rispetto all’Italia. Avendo lavorato in entrambi i contesti, può darci la sua opinione in merito?
È un tema che mi interessa molto e sul quale, a lavoro, ho investito molto tempo e risorse. Innanzitutto non credo nel concetto di parità, quanto invece in quello di “mixité”: con questo termine non intendo una parità, ma piuttosto una diversità intrinseca. Questa diversità non implica una superiorità di una parte sull’altra, ma una mescolanza delle qualità di ogni singola persona, perché credo che proprio dall’integrazione delle differenze possano nascere i risultati migliori. Nell’azienda dove lavoro si presta molta attenzione al concetto di armonia delle generazioni, il cui obiettivo è quello di integrare e amalgamare giovani e anziani, ma anche, eventualmente, portatori di handicap e altre minoranze. Occorre inoltre far presente che spesso sono le stesse donne ad autocensurarsi rispetto ad un’opportunità professionale. Nonostante quindi le migliori intenzioni e la volontà di superare questi ostacoli, c’è ancora un forte gap culturale da combattere, in quanto siamo di fronte ad un problema più generale che concerne l’intera Francia.

Può riassumere la giornata tipo di un HR manager in un ambiente internazionale?
Dipende molto dal ruolo e dalla persona: non c’è una regola in quanto generalmente il nostro lavoro è strutturato per obiettivi da raggiungere, per cui ognuno ha la possibilità di scegliere in che modo realizzarli e quanto lavorare. In genere lavoro dalle 8 di mattina alle 19-20 di sera; la mattina comincio occupandomi dei mercati asiatici, per poi dedicarmi a quelli occidentali. Lavorare nell’ambito HR, a mio parere, implica prestare molta attenzione alle relazioni umane face to face. Ritengo che senza una conoscenza diretta sul campo non si possa acquisire la consapevolezza di quelle che sono le reali problematiche del business. Credo quindi che, nonostante curare i rapporti sul campo possa essere stancante, perché implica viaggiare parecchio, esso consente di raggiungere obiettivi migliori dal punto di vista dei risultati.

Quali competenze crede di aver acquisito in un contesto internazionale che probabilmente non avrebbe avuto mai modo di acquisire in territorio nazionale?
Ovviamente qualcosa si acquisisce, ma si perde pure molto. Di sicuro si finisce per avere uno sguardo distaccato sulle cose e sui problemi, e questo mi porta a poter analizzare in maniera più efficiente le piccole e grandi dinamiche che mi trovo ad affrontare ogni giorno; l’aria internazionale che ho respirato qui a Parigi e nell’azienda dove lavoro ha sicuramente arricchito il mio carattere e mi ha permesso di migliorare molto. Vi sono però anche degli elementi negativi: vivere fuori significa perdere i tuoi legami e i rapporti con l’universo al quale appartenevi. Banalmente, il vivere da tanti anni qui fa sì che per i francesi io sia “l’Italiano” e per gli amici italiani “il Francese”. Infine, imparare una nuova lingua e praticarla giorno per giorno, per quanto possa condurre ad una piena padronanza, non permetterà mai di utilizzare quelle sottigliezze proprie dei madrelingua. In definitiva posso dirmi cresciuto personalmente e professionalmente e, malgrado questi piccoli dettagli, sono pienamente soddisfatto della mia scelta di vita.

 

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Mario Amodeo

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